Hiroshima, 80 anni dopo: la memoria, la deterrenza e l’urgenza del disarmo
Di Elisabetta Trenta, Segretario Nazionale DC
Il 6 agosto 1945 una bomba atomica veniva sganciata su Hiroshima. Ottant’anni dopo, mentre il mondo commemora quella tragedia, siamo costretti ad assistere a una nuova corsa agli armamenti, a un’escalation della tensione internazionale e al ritorno preoccupante del linguaggio della minaccia nucleare.
Il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, durante la cerimonia del 2025 ha lanciato un messaggio chiaro ai leader mondiali:
Il deterrente nucleare non è più una garanzia di pace, ma uno strumento di intimidazione. Finché gli Stati continueranno a fare affidamento sulla forza militare, ci sarà il rischio che qualcuno scelga l’opzione sbagliata e scateni l’inferno nucleare.
Sono parole che risuonano con forza in un’epoca in cui la retorica della potenza torna a sostituirsi alla diplomazia. Mentre il mondo dovrebbe celebrare la memoria delle vittime e il valore della pace, assistiamo a un’inquietante guerra di parole tra potenze nucleari: l’uso del linguaggio strategico del deterrente come arma di propaganda e intimidazione è tornato a dominare il confronto geopolitico.
Un mondo che torna indietro: dal disarmo alla nuova corsa agli armamenti
Dagli accordi storici tra Reagan e Gorbaciov, che posero le basi per la distensione e il controllo degli armamenti nucleari, il mondo sembra essere tornato indietro. Dopo la dissoluzione dell’URSS e la fase di fiducia reciproca degli anni ’90 è iniziato un lento ma progressivo abbandono dei trattati sul disarmo.
Uno dei colpi più duri è arrivato con la fine del Trattato INF sui missili nucleari a medio raggio, sospeso prima dagli Stati Uniti nel 2019 e poi definitivamente abbandonato anche dalla Russia. L’accordo, firmato nel 1987, aveva eliminato un’intera categoria di missili, impedendone lo schieramento in Europa. Oggi, con Washington che ridispone sottomarini nucleari e valuta nuove installazioni missilistiche e Mosca che ha revocato ogni limite, il mondo assiste al ritorno di posture tipiche della Guerra Fredda, in una spirale di intimidazione reciproca.
Anche il Trattato New START, l’ultimo grande accordo rimasto tra Russia e Stati Uniti, è entrato in una fase critica. Prorogato fino al 5 febbraio 2026, è formalmente in vigore ma di fatto sospeso dalla Russia dal 2023, che ha interrotto ogni ispezione reciproca e notifica. Gli Stati Uniti continuano a rispettarne i limiti, ma la trasparenza bilaterale è venuta meno e nessun negoziato è stato ancora avviato per un nuovo accordo. Se il trattato scadrà senza intese, il mondo si ritroverà senza alcun vincolo legale sulla proliferazione degli arsenali delle due principali potenze.
La corsa agli armamenti non è solo simbolica: è reale, silenziosa e in accelerazione.
L’urgenza di un nuovo slancio diplomatico
In questo scenario ribadiamo l’urgenza di una nuova iniziativa diplomatica multilaterale per il disarmo. Non bastano le commemorazioni se non sono accompagnate da impegni concreti. Serve un rinnovato patto globale che riporti la sicurezza collettiva al centro della governance internazionale e che sottragga le armi nucleari dal dominio dell’ideologia e della propaganda.
Ottant’anni dopo Hiroshima, la memoria deve essere azione.
Fonte: democrazia-cristiana.net
